Partecipo con molto piacere all’iniziativa di Palmy di “Mens sana” , Love of  learning e lo faccio parlando di me questa volta e non di Matilde, del mio rapporto con la cultura, con la scuola, con i libri di testo,  con lo studio e l’amore per lo studio e di come questo amore possa a volte essere  condizionato  dall’esterno.

Io credo di essere nata con un libro in mano.

Ho sempre avuto pochi giocattoli e tanti (proporzionalmente a ciò che i miei genitori potevano permettersi) libri.

A sei anni per il mio compleanno una zia mi ha regalato il libro di “Heidi” e alla fine della sua visita (il tempo di una cena o giù di lì)  gliel’ho restituito dicendo: “L’ho finito, lo cambi con un altro libro?”.

Il primo giorno di scuola della prima elementare, io, per un caso misterioso non ero nell’elenco. I bambini venivano chiamati e assegnati alle varie classi ed io rimanevo lì. Sono rimasta da sola nell’immensa palestra. Ho pianto per una settimana (questo è stato il tempo impiegato dai miei genitori a risolvere il mistero). Avevo voglia di imparare, di scoprire nuove cose, di dare un significato a tutto ciò che vedevo e sentivo.

Io “impazzivo” per la scuola (non era normale, ma era così) e le vacanze estive erano sempre troppo lunghe per me, anche se le trascorrevo in campagna da mia nonna dove tutto era una scoperta per me bambina di città. Mia nonna è stata un’homeschooler come poche!

Con questo entusiasmo e questo amore sono arrivata alla fine della terza media.  Ero molto brava in italiano, mi piaceva scrivere  e descrivere. Non so come mai i professori abbiano preso la decisione di consigliarmi un istituto tecnico e non un liceo o una scuola magistrale (che io avrei scelto spontaneamente).

I miei genitori ed io abbiamo (erroneamente) dato ascolto a quei consigli e così mi sono iscritta a ragioneria.

Questo è un tipo di scuola che “uccide” l’apprendimento, a meno che uno non ne sia proprio portato.

Formule , frasi tecniche e commerciali , articoli del codice tutto da mandare a memoria. Dopo i primi due anni in cui in inglese e francese si studiava grammatica e si faceva anche un po’ di conversazione, gli altri tre anni era tutto una kermesse di frasette  commerciali da inserire nelle lettere,  ovviamente ….da imparare a memoria.

Le uniche ore in cui respiravo aria pura erano quelle di italiano, con una professoressa in gambissima, forse sprecata per un istituto tecnico. Non studiavo nulla a casa di italiano perchè le sue spiegazioni erano talmente esaurienti e coinvolgenti che ti rimanevano dentro.

Io ero molto diligente per cui mi sono applicata fino in terza (promossa a giugno), in quarta ho iniziato a sviluppare un’allergia (metaforica ovviamente) a tutto ciò che era calcolo, bilanci, ratei, risconti. La mia mente si rifiutava di capire, i miei bilanci erano sempre in perdita. Cominciavo a perdere amore per lo studio, in tutte le materie anche in quell’italiano che adoravo. Ero sfinita e scoraggiata. E così ho finito la quarta con due materie a settembre: ragioneria e italiano.

Ormai ero entrata nell’ottica dello studiare a memoria, ho finito la quinta con un voto discreto all’esame di maturità e incoraggiata da ottimi voti in diritto ed economia mi sono iscritta a giurisprudenza.

L’imparare a memoria non paga, lo si sa.

Mi ero messa in testa che per passare gli esami dovevo sapere a memoria tutto il libro, anche le note. I miei testi universitari erano sottolineati tutti, non c’era una riga non evidenziata.

Queste sono due pagine del testo di Medicina Legale, uno dei pochi che ho conservato.

Ero stremata!  A nove esami dalla laurea (nel frattempo ho iniziato a lavorare e mi sono sposata, per cui tutto era diventato ancora più complicato) ho mollato per la stanchezza. Poi era passato tanto di quel tempo che ho scoperto che ciò che stavo studiando non mi interessava più. O non mi era mai interessato!

Il problema è stato sicuramente non avere un metodo di studio, ma il problema vero è stato non aver seguito le mie inclinazioni fin dall’inizio.

Due anni fa ho ripreso in mano i libri. Mi sono iscritta ad un corso di formazione per istruttori di yoga e ho affrontato lo studio di materie per me sconosciute (cultura e filosofia dell’India, anatomia e fisiologia) peraltro insegnate a livello universitario.

Sarà che ho maturato un diverso approccio allo studio, sarà che stavo studiando un qualcosa che mi interessava (e mi interessa)  davvero, ma mi sono diplomata senza problemi e con buoni risultati.

Da tutto questo nascono in me delle domande:

- I bambini imparano davvero ad amare ciò che studiano, o è solo uno sforzo mnemonico?

- Gli insegnanti fanno davvero capire che ciò che si studia a scuola ha collegamenti con ogni aspetto della nostra vita quotidiana?

- A che età bisogna aspettarsi la “passione” per lo studio?

Una cosa è certa.  Mi sforzerò per capire cosa realmente mia figlia ama fare e studiare, in che cosa esprime i suoi talenti e le sue attitudini.