Yoga per bambini: il gioco dello specchio

Qualche settimana fa i miei piccoli yogi si sono scelti il loro nome iniziatico.
Mediante una cerimonia solenne i bambini hanno pensato al loro animale preferito e poi gli hanno attribuito un colore.
E così Viola è diventata Gatto Arancione, Giulia è diventata Pinguino Bianco, il piccolo Marco Tigre rossa e io sono diventata Aquila Solare ( si lo so, solare non è un colore!).
Nella lezione di ieri ho proposto ai bambini di pensare al loro nome nella nostra tribù e mimare le caratteristiche del loro animale-nome.
Poi ci siamo disposti a coppie, uno di fronte all’altro ( essendo dispari i bambini mi tocca giocare…. che dispiacere!!!!) e ognuno mimava queste caratteristiche al compagno, il quale come di fronte ad uno specchio ripeteva esattamente gli stessi movimenti.
Quello dello specchio è un gioco che viene proposto per alimentare la sintonia tra i bambini e per affinare la consapevolezza di sè. E’ basato sull’osservazione dell’altro e si presta per essere proposto a diverse età e in diversi contesti (nel nostro caso i movimenti erano “tematici” e scelti dai bambini). Con i bambini più piccoli i movimenti e i gesti saranno più semplici, con i ragazzini un po’ più grandi i gesti diventeranno un pochino più complessi. Quando poi i piccoli yogi sono diventati “esperti” il gioco si può fare anche costruendo le posizioni dello yoga.

Nell’immagine di apertura il Lac Miroir, il Lago Specchio. Si trova vicino a Ceillac un piccolo villagio delle Alpi della Provenza non lontano dal confine italiano. Non è meraviglioso?

Zero rifiuti in casa

C’è una cosa che mi fa impazzire!
La quantità di rifiuti che riusciamo a produrre noi come famiglia di tre persone ( e mezzo con il gatto)!
Ogni due giorni scendo con i miei sacchietti di rifiuti separati rigorosamente in plastica, carta, vetro, umido e indifferenziato ( sono una maniaca della raccolta indifferenziata) e almeno due volte all’anno dobbiamo fare un’incursione seria in solaio perchè c’è una marea di roba da portare alla discarica comunale.
Veramente! Non mi capacito!
Perchè produciamo tanti rifiuti?
Come fare per produrne un po’ meno?
Mentre riflettevo su come attuare delle strategie familiari, mi sono imbattuta, in rete, in alcune recensioni del libro di Bea Johnson e l’ho acquistato.

Bea Johnson, originaria della Provenza, oggi vive negli Stati Uniti con il marito e i due figli.
Per anni la famiglia ha vissuto in un appartamento di 280 metri quadrati, con due saloni, un garage in cui ci stavano tre macchine e persino un laghetto per i pesciolini nel giardino.
Due grandi frigoriferi sempre pieni, un enorme televisore, lavatrice e asciugatrice in azione più volte alla settimana.
I Johnson organizzavano feste sontuose, viaggiavano più volte all’anno, facevano shopping tutte le settimane.
Nessun problema finanziario. Il sogno americano.
Eppure qualcosa non andava. Avevo trentadue anni e, dentro di me, ero terrorizzata al pensiero che la mia vita fosse fissa e immutabile. Eravamo diventati troppo sedentari. Nel nostro quartiere residenziale con i suoi grandi viali e i suoi centri commerciali, passavamo troppo tempo in macchina e non abbastanza a piedi.”
Così la famiglia decide di trasferirsi dall’altra parte della baia di San Francisco, a Mill Valley.
Un piccolo appartamento in cui non riesce ovviamente a farci entrare tutti i mobili della vecchia, enorme, casa.
Questi finiscono in un magazzino e… sorpresa sorpresa… i Johnson scoprono che possedendo meno beni materiali avevano più tempo per fare quello che a loro piaceva. Non c’era più bisogno di dedicare del tempo ad arredare la casa o a tosare il giardino. Quel tempo veniva trascorso insieme, facendo escursioni, pic nic e gite alla scoperta dell’ambiente circostante.
Inizia così un percorso consapevole di semplificazione della vita che arriva anche alla produzione dei rifiuti.
Piccole cose che in famiglia si possono perfettamente gestire: niente acqua in bottiglie di plastica, acquisto di prodotti sfusi per eliminare gli imballaggi, eliminazione della carta da cucina e dei tovaglioli sostituiti da strofinacci ricavati da vecchie lenzuola.
Bea è passata così dall’ossessione di acquistare arredi per la casa a quella, più sana, di creare strategie per produrre meno rifiuti arrivando a limitarli a meno di un litro all’anno contro i 240 litri alla settimana di prima.
Nel libro propone 100 astuzie per alleggerirsi la vita e risparmiare che riguardano ciò che possiamo attuare facendo la spesa, occupandoci del guardaroba e delle faccende domestiche, dedicandoci alla pulizia personale.

Lo stile di vita Zero Rifiuti ( va da sè che non si arriverà mai ad eliminare totalmente i rifiuti ma chi ben comincia…) parte dalla regole delle cinque R:
– Rifiutare ( ciò di cui non si ha bisogno)
– Ridurre ( ciò di cui abbiamo bisogno e che non possiamo rifiutare)
– Riutilizzare ciò che consumiamo e non possiamo nè rifiutare nè ridurre)
– Riciclare ( ciò che non possiamo nè rifiutare, nè ridurre, nè riutilizzare)
– Ridurre in compost ( il resto).

Lo stile di vita Zero Rifiuti ha degli innegabili vantaggi dal punto di vista economico, della salute e del tempo.

Questo è solo un piccolo assaggio di questo libro che divorerò, rileggerò, sottolineerò, evidenzierò perchè questa faccenda dei rifiuti mi sta dando veramente fastidio!!!!

Bea Johnson
Sero Rifiuti in casa
Logart Press

31 ottobre

Oggi ripropongo un vecchio articolo ( era il 2012) in cui condividevo alcune riflessioni sulla festa di Halloween.
Rileggendolo mi sono accorta di essere ancora esattamente della stessa opinione.
In cinque anni i lettori del blog sono aumentati, i follower anche per cui volevo condividere anche con loro ciò che pensavo e che penso tutt’ora….

Parlare di Halloween per tornare alle origini (15 ottobre 2012)

Lo so, lo so! Halloween non vi piace, gli americani l’hanno trasformata in un carnevale, non sopportiamo dolcetto o scherzetto ecc….
E se la considerassimo invece un’occasione per parlare ai nostri bambini di questa festa, che ha origini pagane ( non americane) e che in quel tempo, i primi giorni di novembre segnavano la fine dei raccolti e ci si preparava alla stagione fredda.

Proviamo ad insegnare ai nostri bambini ad intravedere in questa occasione il segno del ritmo delle stagioni e quanta importanza questo ritmo aveva nella vita delle popolazioni in cui la cultura agricola e pastorizia era preponderante, senza per questo dimenticare che in quei giorni per i cristiani ricorrono la Festività di Ognissanti e il giorno dedicato ai defunti.

Perchè le due cose non possono coesistere? Io lo trovo un arricchimento, sicuramente non un impoverimento.
I bambini ( soprattutto quelli che vivono in città) fanno davvero fatica a rendersi conto del cambio delle stagioni e sicuramente non sanno ( non per colpa loro) che cosa rappresenta il cambio delle stagioni per i contadini, i pastori ( ce ne sono ancora, sapete bambini?).

E allora facciamo per un momento tornare indietro nel tempo i nostri figli, immaginando di essere in un mondo in cui non ci sono televisione o pc, ma una grande stalla in cui le famiglie si riunivano e magari la persona più anziana ( la saggezza) iniziava a raccontare storie e queste storie poi venivano raccontate e raccontate ancora nel corso del tempo.
Ecco come si passava l’inverno: intrecciando rami per farne cesti che avrebbero poi raccolto i frutti in primavera, tramandando esperienze di vita.
Sono sicura che tutto questo è accaduto fino a non molti anni fa. Sicuramente il nonno Antonio ha degli aneddoti da raccontarci sulla sua infanzia in collina.

E’ vero le cose cambiano, il progresso ci fa perdere di vista alcune cose, e forse è giusto così ma i nostri bambini devono sapere, tra le altre cose che Halloween non è solo la festa delle streghe e dei fantasmi, ma che ha un retaggio antico e molto concreto che, secondo me, non deve essere dimenticato.

Essenzialità

Oggi vi vorrei parlare di un libro che mi è piaciuto tantissimo.
Me lo ha regalato una mia allieva, donna straordinaria e amante della montagna e delle camminate.

Andrea Bianchi, l’autore è nato a Trento e da sempre è stato affascinato dalla salita verso le grandi altezze come simbolo di riceerca interiore dell’uomo.
Per descrivere questa immagine ha scritto due racconti, Salita al Tempio degli Dei e Il punto di ascolto perfetto e un breve saggio La vetta interiore. Un’interpretazione alpina degli yoga Sutra di Patanjali ( e come poteva non piacermi?).

Durante un’escursione in montagna, si è tolto le scarpe e ha scoperto che camminare a piedi nudi può essere un’esperienza di grande benessere e riconnessione con la natura, e da allora, non ha più smesso di fare nuove scoperte in merito.

Noi cittadini, non siamo sicuramente invogliati a camminare scalzi, ma io appena arrivo in collina, dopo aver abbracciato il mio noce, mi tolgo le scarpe e cammino sul prato.
La nonna Mariuccia mi chiede: “Ma come fai? Ma non ti danno fastidio i sassolini, i rametti e tutto ciò che c’è nel prato?”
Infatti all’inizio non è piacevole. Cammino piano, quasi in punta di piedi. Ma poi inizio a sistemare tutta la pianta dei piedi a terra e piano piano scopro quanto è bello sentirsi parte di un tutt’uno. Senti i sassolini ma non ti danno più fastidio perchè capisci che sono un prolungamento, che ti permettono di assaporare il contatto con la terra.

Ma torniamo al libro…

Camminare a piedi nudi nella natura è al tempo stesso qualcosa di semplice e naturale, essenziale ma anche denso di significati sensoriali, fisici e chimici, simbolici.
E’ alla portata di tutti, appartiene alla preistoria e alla storia dell’umanità, eppure è anche un’esperienza che oggi è diventata rara nella vita di molti. I nostri piedi passano direttamente dalle scarpe alle pantofole, trascorrono portetti e isolati dal mondo più di due terzi delle nostre giornate e in definitiva della nostra vita, trovando libertà solo nelle ore di sonno, durante le vacanze al mare o in qualche raro momento di rilassamento all’aria aperta. Abbiamo scarpe di ogni tipo e per ogni occasione, comode, strette, alte, pesante o leggerissime, per la corsa e per la palestra, per la vita di società e per la sicurezza, performanti, ortopediche, rilassanti o più spesso “conformanti”, nel senso che è la loro forma a imporsi su quella del piede.
Camminare a piedi nudi è la cosa più semplice del mondo, eppure può suscitare disagio nelle persone che incrociano il tuo camminare scalzo, se non addirittura un certo inconfessato scandalo.”

Quello che l’autore vuole trasmettere è che noi stessi siamo natura e togliendo le scarpe e assaporando il contatto con la terra, risvegliamo delle memorie sensoriali che quasi tutti abbiamo perso.
Camminare scalzi è un abbandonarsi con fiducia alla natura stessa perchè togliere le scarpe ci permette di accorciare le distanze.
(Non riesco a fare a meno di pensare che se noi togliessimo barriere mentali, pregiudizi e “occhiali” potremmo accorciare le distanze e vedere gli altri così come sono).
Camminare scalzi significa concentrarci totalmente sulla camminata, sentendo dove appoggiamo i piedi uno dopo l’altro e avere totale consapevolezza del contatto con la terra.
Camminare scalzi nella natura significa non lasciare tracce ( a meno che non si cammini sulla spiaggia, nel fango o nella neve); significa avere un passo rispettoso, non si spezzano rami, non si spostano sassi, non si schiacciano arbusti….. “Il piede nudo si adatta all’ambiente, non si impone, il suo passo è attraverso piuttosto che sopra, non schiaccia ma si appoggia, non colpisce ma sfiora“.

Lao Tzu nel Libro della Via e della Virtù dice: ” Un buon camminatore non lascia tracce o impronte”.

Camminare scalzi nella natura significa ritrovare il senso dell’essenzialità…

Un piccolo libro per meditare.

Andrea Bianchi
Il silenzio dei passi – Piccolo elogio del camminare a piedi nudi nella natura
Ediciclo Editore

Il segreto è la gentilezza

Dai 25 ai 32 anni ho lavorato come cassiera in un ipermercato.
Durante il breve corso di formazione prima di buttarci nella fossa dei leoni dei clienti, ci avevano detto che la coda alla cassa è sempre e comunque un disservizio.
La gente arriva in cassa e nella maggior parte dei casi deve aspettare, si deve fermare e aspettare.
Se la coda non c’è il cliente arriva in cassa già incavolato perchè quella spesa la dovrà pagare, e poi perchè potrebbe capitare che su un articolo manchi il prezzo e quindi deve aspettare, che il collegamento bancomat non funzioni e quindi deve aspettare, che il prezzo che ha visto esposto non coincida con quello che il registratore di cassa rileva dal barcode ecc.. e quindi deve fermarsi e aspettare.
Alle cassiere viene richiesta quindi molta pazienza…
Io da subito avevo iniziato ad attuare una strategia in più.
Ho sempre accolto i clienti, anche quelli più incavolati ( e lo si capiva da subito, da come si mettevano in coda e cominciavano a brontolare “Uff.. com’è lenta questa cassiera!”, “Ecco, la cassa giusta ho scelto!” e via dicendo…) con un sorriso.
Non si trattava solo di essere educata ( cosa richiesta e per me assolutamente normale) ma di essere gentile.
La cosa ha sempre funzionato sapete.
In sette anni di lavoro in cassa io ho non ho mai litigato con un cliente.
Perchè ha funzionato?
Perchè la gentilezza spiazza, disorienta, ti coglie impreparato.
Alla gentilezza non siamo più abituati, perchè siamo tutti impegnati a esercitare doti di prevaricazione, di aggressività e di giudizio.
E poi tutti pensiamo che tutto ci sia dovuto.
La gentilezza non solo stravolge le cose ma mette in una condizione di assoluta serenità chi la pratica.
Essere gentili fa acquisire calma e annienta l’agitazione interiore.
Qualcuno mi ha detto che essere gentili è da rammoliti, da persone che si fanno mettere i piedi in testa.
Invece io praticando la gentilezza mi sono sempre sentita molto più forte, più sicura di me.
Nella filosofia buddhista, esiste la meditazione della gentilezza amorevole, che si chiama “metta”.
Si tratta di una meditazione che si può praticare nella vita di tutti i giorni e consiste nel mandare pensieri di amore, di compassione alle persone che incontriamo, alle persone con cui ci troviamo ad interagire.
Scrive Gregory Kramer:

La gentilezza amorevole è una pratica meditativa insegnata dal Buddha per sviluppare l’abitudine mentale all’amore disinteressato o altruistico. Stimolando in noi sentimenti rivolti al bene verso noi stessi, verso coloro che ti sono vicini e verso tutti gli esseri, facciamo in modo che sorga questo genere di sentimenti piuttosto che altri meno desiderabili. L’odio non può coesistere con la gentilezza amorevole; esso scompare e non si riforma se sostituiamo i pensieri radicati nella rabbia con pensieri fondati sull’amore.
La gentilezza amorevole fa sì che la mente sia più flessibile, contrasti i giudizi che sorgono quando diventiamo più percettivi su noi stessi e gli altri e ci porti oltre il nostro egoismo. Questo movimento rivolto verso gli altri è molto importante per bilanciare il fulcro della pratica meditativa. I benefici della pratica della gentilezza amorevole si estendono lontano, oltre chi sta meditando. Essa offre a tutti l’opportunità all’altruismo gentile, alla gioia, all’adattabilità e all’espansività. E’ una pratica veramente universale e non necessita di essere associata ad alcun concetto religioso
.”
( Seminare il cuore)

Praticare la gentilezza significa quindi assumere uno stile di vita che si basa sull’amore per noi stessi, per la nostra vita, la nostra persona, il nostro corpo e che poi si diffonde, si amplifica.

Ed ecco il discorso sulla gentilezza amorevole del Buddha

Questo dovrebbe fare
chi pratica il bene
e conosce il sentiero della pace:
essere abile e retto,
chiaro nel parlare,
gentile e non vanitoso,
contento e facilmente appagato;
non oppresso da impegni e di modi frugali,
calmo e discreto,
non altero o esigente;
incapace di fare
ciò che il saggio poi disapprova.

Che tutti gli esseri
vivano felici e sicuri:
tutti, chiunque essi siano,
deboli e forti,
grandi o possenti,
alti, medi o bassi,
visibili e non visibili,
vicini e lontani,
nati e non nati.
Che tutti gli esseri vivano felici!

Che nessuno inganni l’altro
né lo disprezzi
né con odio o ira
desideri il suo male.
Come una madre
protegge con la sua vita
suo figlio, il suo unico figlio
così, con cuore aperto,
si abbia cura di ogni essere,
irradiando amore
sull’universo intero;
in alto verso il cielo
in basso verso gli abissi,
in ogni luogo, senza limitazioni,
liberi da odio e rancore.

Fermi o camminando,
seduti o distesi,
esenti da torpore,
sostenendo la pratica di Metta;
questa è la sublime dimora.

Il puro di cuore,
non legato ad opinioni,
dotato di chiara visione,
liberato da brame sensuali,
non tornerà a nascere in questo mondo.

Concludo riportando le parole di un sacerdote che conosco personalmente e che ammiro molto: Padre Giuseppe Bettoni, fondatore di Archè.
Lui parla della gentilezza come stile di vita commentando il passo del Vangelo di Luca quando Maria e Giuseppe tornano a Gerusalemme a cercare Gesù e lo trovano nel tempio insieme ai Dottori della legge. Qui la caratteristica di Maria è che, nonostante la preoccupazione per il figlio si rivolge a lui con gentilezza…

Per essere gentili è necessario saper aspettare, ascoltare, saper cogliere il tempo interiore dell’altro e soprattutto non lasciarsi divorare dalla fretta che nulla consente di capire degli stati d’animo e delle attese dell’altro. Perché la gentilezza è come un ponte che mette in relazione e ci fa uscire dalla nostra presunzione di essere nel giusto e ci rende partecipi dell’interiorità dell’altro.
Quanti malintesi e quante incomprensioni, quanti conflitti e quante discordanze e quante violenze nella vita si eviterebbero se nelle comuni relazioni interpersonali non ci si dimenticasse di essere gentili. La gentilezza non costa nulla e quanto sarebbe utile se fosse presente nelle famiglie, nelle scuole, nel lavoro e nelle comuni relazioni quotidiane.
La gentilezza come forma di vita. È la gentilezza di Maria che permette a Gesù di esprimere il senso e la verità della sua vita: «Devo stare nelle cose del Padre mio».
Gesù ci restituisce a questa consapevolezza: ci sono relazioni importanti tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici, tra colleghi… ma c’è una relazione, la più importante e necessaria, che è quella con l’Eterno. È questa la relazione necessaria. Se perdiamo di vista questa relazione con l’Eterno che è quella nella quale anche le altre trovano senso e significato, rischiamo di caricare di aspettative eccessive la vita matrimoniale, la vita famigliare, così che ora diventa un rifugio, ora diventa una prigione, ora diventa un assoluto…”

Il segreto è la gentilezza.
La gentilezza è la vera rivoluzione!