Ortoressia

Venerdì sera mi sono rilassata guardando in tv l’ultima puntata di “Fratelli di Crozza”.
Maurizio Crozza è l’unico che mi fa scompisciare dalle risate ( e Dio solo sa quanto ne ho bisogno!).
Tra i suoi incredibili personaggi c’è lo chef vegano che si chiama … Germidi Soia che lavora al ristorante ” Satùt-de-Cartòn”.
Che spasso!

Se non lo avete mai visto vi lascio un piccolo vega-assaggio 🙂

Ebbene, grazie a Crozza ho scoperto l’esistenza dell’ortoressia.
Ortoressia deriva dal greco Orthos (giusto) e Orexis (appetito) e indica l’ossessione psicologica per il mangiare sano.
Chi soffre di ortoressia è infatti controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare.
Il primo a coniare questo termine è stato Steven Bratman nel 1997. Bratman ha individuato su di se alcuni sintomi di questo atteggiamento:
– lo spendere più di tre ore al giorno a pensare al cibo, selezionandolo più per i benefici sulla salute che per il gusto
– il sentirsi in colpa qualora non si segua la dieta abituale;
– il sentirsi padroni di se stessi solo se si mangia nel modo ritenuto corretto.

Le conseguenze di un simile atteggiamento sono rilevanti sia dal punto di vista fisico perchè porta a squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari, tutti problemi che possono richiedere talvolta interventi di ospedalizzazione o configurarsi come condizioni irreversibili e anche e soprattutto dal punto di vista delle relazioni per cui il soggetto comincia ad isolarsi ( rifiuta inviti a cena a casa di altri o al ristorante) e, altro aspetto pericoloso, chi soffre di ortoressia è controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare, un complesso di superiorità basato sul cibo che lo porta a disprezzare chi non mangia sano, fino a trovarlo poco intelligente, e poco degno di essere frequentato.

Ora non dico che tutti i vegani o i vegetariani soffrano di questo disturbo, per carità.
Come in tutte le cose deve prevalere il buon senso e la capacità di non lasciarsi sopraffarre.

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Verso il mio mezzo secolo …

Lunedì prossimo, 21 maggio, compirò 49 anni.
Eh si! Mi avvicino al mezzo secolo e… mezzo secolo di vita è significativo.
E’ inevitabile guardarsi un po’ indietro e curiosare tra i passi fatti e nelle impronte lasciate.
Oh si! Sono cambiata tanto, anche solo nell’ultimo anno.
E non sempre in meglio!
Ci sono aspetti della mia vita in cui sono decisa, sicura, so perfettamente cosa voglio dire e cosa voglio fare.
Altri in cui mi trovo davanti ad un muro di nebbia in cui vedo forme indistinte e confuse.
Una cosa è certa!
La mia salute è peggiorata! Sarà per le intolleranze alimentari, sarà per vicende familiari un po’ traumatiche, sarà perchè somatizzo alla grande ma dire che sto bene….. no… non posso proprio!
Eppure c’è sempre qualcosa che mi fa sperare per il meglio, c’è una forza incredibile dentro che mi fa lottare, che non mi fa arrendere, che, nonostante tutto mi fa sorridere ( no! Ridere di gusto come dicevo in qualche post fa… non ci riesco ancora).
Allora, dicevo che da lunedì solo 365 giorni mi separeranno dai 50 anni.
Vorrei che fossero 365 speciali. Da ricordare per sempre. 365 giorni in cui far affiorare completamente quella forza che sento prepotente ma che a volte fa fatica ad emergere.
Ma come fare?
Il desiderio che sento molto intenso in questo periodo è di ritirarmi a vita privata.
Vorrei dedicare tutto il mio tempo alla mia famiglia: come moglie e madre rispetto alla mia little family e come figlia e nuora rispetto alle nostre famiglie di origine; al mio lavoro come insegnante di yoga per gli adulti e per i bambini ( quanti progetti per l’autunno!); al mio caro e amato ruolo di catechista; alla mia casa che da sempre è quella che ci rimette.
Molto probabilmente non sarò così assidua nell’aggiornare il blog.
E’ come se sentissi il bisogno di riscoprire il mio mondo interno ( come suggerisco sempre alle mie allieve), la mia dimensione più prettamente spirituale e intima.
La sento come una via per acquisire forza: fisica, mentale e spirituale.
Allora, buon compleanno a me e un sincero arrivederci a voi, cari lettori!
Io inizio il cammino verso il mio mezzo secolo….

Siddharta e il mandarino

Lo scorso fine settimana l’ho trascorso allo Yoga Festival Bimbi ospitato per il terzo anno consecutivo dal Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo Da Vinci di Milano.
Due giorni meravigliosi!
Non c’è nulla che mi rende più felice che vedere i bambini che praticano yoga.
Davvero! E’ un qualcosa che mi riempie di gioia, che mi da speranza, che mi rilassa … insomma è così!
Lo scorso anno avevo condotto anche io, insieme alla mia amica Tatiana un laboratorio per AIPY.
Quest’anno invece sono andata esclusivamente in veste di… spettatrice e devo dire che me la sono goduta.
Ho visto tanti laboratori ( naturalmente tutti quelli AIPY visto che erano in parte condotti dalle mie ex compagne del corso di formazione che ci tenevo tantissimo a rivedere e abbracciare) e uno in particolare l’ho vissuto con particolare attenzione.
Il laboratorio si intitolava: “Siddharta e il mandarino” ed era condotto da Chiara Iacomuzio.
La parola chiave dello yoga è “consapevolezza”.
Ma è difficile spiegare ai bambini quello che è uno dei principi fondamentali della disciplina ( anche agli adulti per la verità qualche volta!).
Che cosa significa soffermarsi sul momento presente o fare in modo che la nostra mente non sia come una scimmietta ubriaca che salta di pensiero in pensiero senza un attimo di pausa?

Ora vi racconto una storia tratta dal libro “Vita di Siddharta il Buddha” del monaco Thich Naht Hahn e che Chiara ha riportato nel suo libro, YOGABIMBI,  realizzato insieme a Maurizio Morelli e uscito recentissimamente.

Un giorno, mentre Siddharta sedeva ai piedi di un albero, due bambini gli portarono un cesto di mandarini. Lui li invitò gentilmente a sedersi e poi disse loro che, dopo aver sbucciato un mandarino potevano mangiarlo con consapevolezza o distrattamente.
“che cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza?” chiese un bambino.
“Mangiando un mandarino con consapevolezza” spiegà Siddharta “sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando un mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccando uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la frangranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza.
Mettete in bocca gli spicchi, a uno a uno, in consapevolezza, sentitene il profumo, sentite quanto sono splendidi e preziosi. Non dimenticate il mandarino, e così il mandarino diventa qualcosa di reale.
Ecco che cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza: significa essere davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i pensieri che riguardano lo ieri o il domani, ma è attenta al momento presente. Vivere con consapevolezza significa vivere il momento presente, con il corpo e con la mente che dimorano nel qui e ora. Chi agisce con consapevolezza, con attenzione, vede cose che altri non vedono: vede l’albero, le gemme primaverili, il sole e la pioggia che hanno fatto crescere il frutto. Se viviamo con mente distratta, non ci accorgiamo di tante cose, non sappiamo neppure di essere vivi.
Vivete quindi ogni ora del giorno con consapevolezza, prestando attenzione ad ogni momento. Vivendo in questo modo, potrete comprendere profondamente voi stessi e ciò che vi circonda. La comprensione porta alla tolleranza e all’amore. Se tutti gli esseri umani si comprendessero l’un l’altro, si accetterebbero e si amerebbero reciprocamente…

Non è bellissima questa storia?
Si ! Lo è!
Chiara ha fatto rivivere ai suoi piccoli praticanti l’incontro di quei bimbi con il Buddha e anche se non c’erano i mandarini, perchè non sono proprio frutti di questa stagione,  con le albicocche e le fragole hanno fatto l’esperienza della consapevolezza.
Osservare il frutto, la sua forma, il suo colore; sentirne il profumo; sperimentare attraverso il tatto le caratteristiche della buccia, e poi assaporarne il sapore, la succosità, la dolcezza. E’ un’esperienza straordinaria che coinvolge tutti i sensi ( non solo la vista così stimolata nei bambini di questo tempo!).

E come è scritto nel libro, veramente si è creata nella sala di pratica un’atmosfera particolare, in un silenzio quasi irreale.
Meraviglioso!

Ho acquistato il libro di Chiara e lo consiglio vivamente.
E’ proprio una guida completa per insegnanti, educatori e genitori.
Non sono illustra come strutturare una lezione di yoga per bambini, ma offre anche spunti e consigli per presentare un progetto yoga nelle scuole, come collaborare con insegnanti ed educatori ecc..

E poi quello che secondo me è un tocco di genio: la danza dello yoga-boogie. Volete sapere che cos’è? Andate a pag. 56 del libro!!!!!

Chiara Iacomuzio è laureata in lettere classiche e dal 1997 lavora come redattrice e traduttrice. Si è diplomata alla Libera Scuola di Hatha Yoga Hamsa di Milano e dal 2001 insegna yoga ad adulti e bambini.

Maurizio Morelli pratica yoga dal 1967 e lo insegna dal 1978. Ha studiato con numerosi maestri e trascorso lunghi periodi di formazione in India. E’ esperto di terapie naturali e spirituali. Dirige la Libera Scuola di Hatha Yoga Hamsa di Milano

Chiara Iacomuzio, Maurizio Morelli
YOGABIMBI
Red Edizioni

Oratorio estivo 2018: All’opera ( secondo il suo disegno)

Eh si! La scuola volge inesorabilmente al termine ( ieri pomeriggio c’è stata l’ultima assemblea di classe al liceo di Matilde con saluto ai docenti visto che nel triennio cambieranno praticamente tutti!) e fervono i preparativi per l’oratorio estivo.
Come di consueto noi siamo tutti impegnati: Matilde, promossa capitano di una squadra, come animatrice; Luca che si è preso due settimane di ferie per dare una mano in cucina e durante le gite ed io riprendo, dopo due anni di riposo, il mio laboratorio creativo ( ne parlavo qui).
Che cosa rappresenta per me l’oratorio estivo?
E’ sicuramente una forma di karma yoga, lo yoga dell’azione disinteressata.
E’ sicuramente volontariato ma con un ritorno importante in termini di entusiasmo da parte dei bambini, di respiro di sollievo da parte del nostro parroco, oberato di pensieri e preoccupazioni.
Mi piace! Mi è sempre piaciuto!
In occasione dell’oratorio estivo emerge prepotente quella voglia di lavorare con i bambini, di ascoltarli, di vederli muovere quelle manine a volte svelte svelte, a volte un po’ impacciate, di osservare i loro volti concentrati sul progetto che li sta impegnando.
Io credo che educatori, insegnanti, animatori e tutti coloro che per lavoro o per volontariato appunto trascorrono del tempo con i bambini siano dei privilegiati.
Il mondo dei bambini è quanto di più ricco ed entusiasmante che ci possa essere.
Sotto questo aspetto l’oratorio estivo rappresenta per me una continuazione del mio impegno come catechista in parrocchia.
Modalità diverse ma i contenuti che vengono trasmessi attraverso il gioco, lo sport o l’impegno creativo come nel caso del mio laboratorio sono esattamente gli stessi.
Quest’ anno il tema è:  All’opera – secondo il suo disegno.
Vediamo perchè!

L’estate scorsa la bellezza del creato ci ha aperto alla meraviglia! Nella contemplazione delle opere della creazione abbiamo riconosciuto l’agire di Dio e quanto ogni cosa che Egli abbia fatto fosse buona ai suoi e ai nostri occhi. Nell’Oratorio estivo 2017 abbiamo colto come la sua Parola sia capace di plasmare le cose e darne un senso. Lo slogan DettoFatto ci ha fatto gioire per tutto quanto Dio ha compiuto, compresa la creazione dell’uomo e della donna. Diamo continuità a questo messaggio e completiamo la visione del disegno del Padre mettendo al centro dell’Oratorio estivo 2018 l’agire dell’uomo.
Dio ci ha voluto nel mondo e ci ha affidato un compito: ci ha creati perché ci mettessimo tutti «all’Opera»! Lo slogan della prossima estate in oratorio ci apre alla comprensione del disegno del Padre su ciascuno di noi. Capiamo che alla contemplazione non può che seguire l’azione e che la vita va spesa mettendo a frutto le nostre aspirazioni, le nostre doti e qualità in qualcosa che non solo realizza noi stessi ma ci rende capace di trasformare il mondo intorno a noi. È così che il nostro lavoro e il nostro impegno fanno la differenza anche nei confronti degli altri e dell’intera umanità. Dio ha bisogno di noi per completare la sua opera creatrice. È una chiamata che ci chiede, ancora una volta, di dire il nostro «sì». L’agire dell’uomo potrebbe non corrispondere al disegno del Padre. Ci sono degli atteggiamenti che snaturano il lavoro dell’uomo e ostacolano o non promuovono la dignità che proprio il lavoro procura a ciascuno. Insieme scopriremo quali sono le peculiarità dell’opera dell’uomo, qual è la sua origine e il suo compimento. Chiederemo ai ragazzi di mettersi «all’Opera» tenendo conto del sottotitolo dell’Oratorio estivo 2018: «secondo il suo disegno».
(dal sito della Diocesi di Milano)

E allora tutti all’opera secondo un disegno grande, bello e importante!

Commuoversi con Giotto

Siete mai stati a Padova a visitare la Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto?
Io no! Ma è sicuramente qualcosa che dovrò fare prima o poi.
Questa mattina ho dedicato un po’ di tempo a studiare Giotto, la sua vita e le sue opere ( che sarà uno degli argomenti dell’ultima interrogazione dell’anno di Matilde in Storia dell’Arte).
Gli affreschi di Assisi nella Basilica Superiore di San Francesco sono qualcosa di meraviglioso.
Mi sono soffermata su tre scene in particolare:
1. Dono del mantello

2. Rinuncia agli averi

3. Presepe di Greccio

Quello che mi ha colpito maggiormente è la naturalezza dei gesti delle figure rappresentate.
Osservate bene Pietro da Bernardone, il padre di Francesco. Il suo braccio teso all’indietro e trattenuto da un altro uomo non fa percepire tutta la delusione che diventa quasi rabbia di un padre nei confronti di quel figlio che ha deciso di abbandonare tutto per Dio? E la sua espressione tesa, il viso contratto?

Meraviglioso!!!

Ma il massimo della meraviglia si raggiunge con la Cappella degli Scrovegni.
Voluta da Enrico Scrovegni, ricco mercante di Padova, rappresenta senza dubbio uno dei massimi capolavori dell’arte occidentale.
Sulle pareti e sull’arco trionfale sono raffigurate le scene che rappresentano le Storie di Gioacchino e Anna, le Storie di Maria e le Storie di Gesù.

La mia attenzione si è fermata su una scena in particolare…

Gioacchino e Anna si incontrano alla Porta d’Oro di Gerusalemme.
Dopo essere stato cacciato dal Tempio di Gerusalemme per essere ritenuto sterile (e quindi non benedetto da Dio), Gioacchino si rifugiò in ritiro presso i pastori delle montagne. Nel frattempo Anna, convinta di essere rimasta vedova, aveva avuto un miracoloso annuncio da un angelo che le aveva rivelato che presto avrebbe avuto un bambino. Nel frattempo anche Gioacchino aveva sognato un angelo, che lo confortava come Dio avesse ascoltato le sue preghiere e dovesse tornare a casa dalla moglie. La scena mostra dunque l’incontro tra i due che avvenne davanti alla Porta d’Oro o Porta Aurea di Gerusalemme, dopo che entrambi erano stati avvisati da messaggeri divini. Da sinistra proviene infatti Gioacchino, seguito da un pastore, e da destra Anna, seguita da un gruppo di donne diversificate per classe sociale, studiate accuratamente nelle acconciature e negli abiti. I due consorti vanno incontro l’uno all’altro e, subito fuori dalla porta, su un ponticello, si scambiano un affettuoso bacio, che allude alla procreazione (senza macchia): infatti Anna rimase subito dopo incinta (Wikipedia).

Guardate l’intensità degli sguardi di marito e moglie…
Si tratta di un bacio casto, puro eppure consentitemi il termine, passionale.

Ad un certo punto ero convinta di osservare la scena di un film, con attori in carne e ossa e non più un dipinto.
E mi sono commossa!
Si, perchè il saper rappresentare così le emozioni è qualcosa di straordinario, di geniale.
Adoro Giotto e la sua capacità di rappresentare figure sacre, eventi sacri ma come se fossero vissuti da gente comune, da gente del suo, del nostro tempo.