Mi piace e lo condivido: “Quel disordine dentro il pane”

Vi sono due cose legate al cibo che fatico ad accettare. La prima è mangiare da solo. Mi succedeva in Cambogia, quando per ragioni di forza maggiore e iniziando da zero,  mi trovavo senza anime accanto.
Allora cercavo com-pagnia, cioè qualcuno con cui condividere il pane, perchè da solo mangiavo male e in fretta, ma invano. Al punto che ancora adesso soffro quando vedo qualcuno, più spesso uomini, seduti al tavolo di una pizzeria e di una tavola calda a buon mercato. Comincio a chiedermi perchè sono soli e perchè non hanno qualcuno con cui condividere quel pane. Li penso separati e lontani da casa. Sento subito un certo disagio, anzi un certo “disordine”.
La seconda cosa che non accetto, sempre legata al cibo, è buttarlo via, sciuparlo. Mi pare un insulto verso chi non ne ha, e verso chi lo ha lavorato, preparato e cucinato: la Natura e più su, Colui che ha creato e donato ogni cosa, Dio.
Per questo ha senso dire grazie prima di cominciare a mangiare. Per me, per molti, il cibo è quindi “legame”. La tavola è buona se genera legami e li fortifica fino alla comunione. Oppure se genera quel senso di gratitudine perchè in tempo di crisi mangiare tutti i giorni, o semplicemente avere di che mettere sotto i denti, non è scontato. Se invece ci abbuffassimo senza nemmemo dire grazie, sarebbe ancora “disordine”.
Questo sembra dire M. Gualtieri, poetessa dei nostri giorni, quando sente “che il pane è in disordine”. Che ” c’è disordine dentro il pane e dentro l’acqua”. Si, c’è disordine nel pane quando sta su una tavola senza legami. C’è disordine anche dentro l’acqua quando la sciupi come fosse solo tua. C’è disordine dentro ogni cosa se è frutto di un abuso o di un inganno. O se è piegata all’abuso e all’inganno. C’è disordine nella creazione quando è sfruttata, derisa e abbandonata. C’è disordine nelle tavole e nelle solitudini dei nostri giorni.
Le pagine che seguono affrontano il tema della “giustizia nel piatto”.
Una simile espressione può avere diversi significati. Per esempio c’è giustizia nel piatto quando ciascuno ha il giusto, ovvero di che mangiare tutti i giorni. Oppure c’è giustizia quando sul piatto vi sono cibi giusti, non inquinati dalla sete di guadagno di uomini pronti a immettere nel mercato cibi dannosi per la salute pur di fare quattrini. Mercenari che producono, commerciano, contrabbandano cibi dentro i quali appunto c’è “disordine”. O ancora, quel piatto è giusto quando genera comunione ed è stato preparato per esprimere amore, confermare un legame, e non solo per nutrire un corpo. Fino a cercare, riconoscere e nutrirsi di Pane Giusto dentro il quale non v’è disordine, ma giustizia. La giustizia di Dio per ogni figlio d’uomo.

Alberto Caccaro, missionario PIME
Editoriale del numero di maggio della rivista ” Mondo e Missione”

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