Elogio alla musica

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Lettera alla professoressa di musica di Matilde.

Era una calda sera dell’estate del 1998.
Quella sera, Luca ed io freschi fidanzati abbiamo deciso che se Dio ci avesse fatto la grazia di avere una figlia l’avremmo chiamata Matilde.
Quella sera eravamo a Castelnovo ne’ Monti, un grazioso paese collinare in provincia di Reggio Emilia. Poco distante troneggiava la Pietra di Bismantova con la sua caratteristica forma di ferro da stiro rovesciato.
Nella piazza del paese si esibiva un gruppo, i Ductia, toscani. Una tastiera, una chitarra, un flauto e uno strumento appassionante, dal suono particolare e quasi antico, le uilleann pipes.
Le note dell’ultimo brano del concerto ci toccano nel profondo; lo adottiamo a colonna sonora della nostra storia e quando scopriamo il titolo prendiamo la decisione.
Il titolo è “Matilde”.
E’ quella Matilde, la contessa.
Quella donna forte, coraggiosa, determinata, forse un po’ vittima delle circostanze che ha caratterizzato il nostro medioevo.
Del resto il significato del suo nome è proprio questo: “Donna forte in battaglia, guerriera”.
E la mia Matilde ha mostrato questa forza e questo coraggio fin dai suoi primi respiri.
Nata prematura mi ha accompagnato in quel viaggio al buio che ho vissuto nei giorni successivi alla sua nascita.
In quel coma forzato che mi stava permettendo di ricominciare a respirare ( un’insufficienza respiratoria grave era insorta nel dopo parto) lei era lì con me. C’era un filo che ci univa e questo filo di Arianna era rappresentato dalle note di “Matilde” che risuonavano nelle mie orecchie e mi facevano da guida, come se la mia piccola mi dicesse “Mamma, torna da me!”.
E sono tornata.
Le note e le sue combinazioni hanno accompagnato la sua crescita.
Non si addormentava con le ninne nanne tradizionali, ma con la melodia delle colonne sonore dei videogiochi e in casa Cxxxxxa si racconta ancora adesso un aneddoto divertente: “…. Ad un certo punto abbiamo visto Matilde prendere una seggiolina, metterla nel centro dell’aula, salirci sopra e incominciare a cantare: “ Figaro qua, Figaro là, Figaro su, Figaro giù…. Sono il factotum della città, della città, dellaaaaa ciiiiittàààààààà!!!!” sotto gli occhi divertiti di noi educatrici e quelli stupiti e perplessi dei suoi compagni di classe”.
Erano gli anni della scuola materna.
Matilde cresceva tra heavy metal e jazz, rock e musica classica, musica celtica e mantra indiani.
Ora i suoi gusti musicali sono più precisi, più personali e sono piacevoli i momenti in cui, da sole, ascoltiamo alternandole le canzoni che piacciono a me e quelle che piacciono a lei. Un modo, per me, di entrare in punta di piedi e con il suo permesso nel suo mondo da adolescente.
Alle medie l’esperienza del coro.
Cantare in un coro significa davvero prendere parte a qualcosa di grande.
Significa rappresentare un pezzetto di puzzle. Se manca quel pezzetto l’armonia del disegno viene a mancare.
Essere parte di un coro significa crescere in responsabilità e impegno, condividere un obiettivo e avere sempre una particolare attenzione per l’altro. Da insegnante di yoga ritengo che il cantare in un coro richiede particolare attenzione al qui e ora perché la mia voce, il suo volume, il suo timbro, le sue note devo essere precise in quel preciso istante. Non un istante prima e non un istante dopo. Tutto questo richiede attenzione e concentrazione.
Sono fermamente convinta che l’esperienza del coro abbia rappresentato per Matilde un valore aggiunto all’avventura della scuola media e abbia incrementato il suo amore per la musica ( credo che ci aspetterà un’estate al ritmo del basso elettrico!).
Del resto che cos’è la vita senza la musica?
Un bel film perderebbe i tre quarti della sua bellezza senza una colonna sonora. Un compleanno non è un compleanno se non si intona “Tanti auguri a te!” e come diceva Sant’Agostino “Cantare significa pregare due volte”.
Grazie per aver rappresentato la colonna sonora dei nostri ultimi tre anni.
Catia
( mamma di Matilde)

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3 thoughts on “Elogio alla musica

  1. Tra i tanti doni che madre natura mi ha elargito quello del “bel canto” direi proprio che manca.
    Quel giorno certamente ero assente ma comunque questo non mi ha impedito di apprezzare la musica e partecipare attivamente per venti anni al coro parrocchiale e, cosa di cui ancor oggi vado fiero, sentirmi conteso tra ben due cori: quello della nostra parrocchia e quello della chiesa di sant’Apollinare. Una spiegazione è d’obbligo: Il direttore del coro in cui cantavo avrebbe fatto carte false purchè mi trasferissi nell’altro che a sua volta insisteva perché restassi dove ero!
    A chi giustamente si chiederà come abbia potuto restare tanto tempo in un coro pur non essendo troppo bravo ricordo che in quegli anni ho messo in pratica la frase che appare sullo stemma nobiliare di René Descartes “bene vixit qui bene latuit” (ha vissuto bene chi ha saputo stare ben nascosto) .
    …E pensare che mi piacerebbe tantissimo cantare… sapessi quanto invidiavo Mariuccia e Luca quando al termine di ogni serata del festival già canticchiavano le canzonette appena ascoltate mentre io quando cantavo nel coro per imparare la parte dovevo fare il “Midi” della partitura ed ascoltarla per decine e decine di volte.
    nonno antonio

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  2. Errata corrige…. grave dimenticanza. Dovevo ricordare come in fatto di musica tu fossi già ben oltre tuo marito e tua suocera cantando in un complesso come solista e non dimentichiamo poi che la freccia di Cupido ha centrato te e Luca quando sei passata al coro parrocchiale.
    nonno antonio

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