Antar Mouna: il silenzio interiore

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Quando Matilde era piccola ed eravamo in vacanza in collina, spesso la portavo sulla collinetta dietro casa nostra, ci sedevamo sull’erba e le dicevo: ” proviamo ad ascoltare i rumori. Facciamo finta che le nostre orecchie siano delle piccole antenne che captano i rumori di questo bellissimo posto. Iniziamo con quelli più lontani!”

E allora lei mi diceva: ” Sento il rumore delle macchine sulla strada principale, sento il trattore di Giovanni che va avanti e indietro a portare i balloni di fieno dei campi, sento i falchetti che volano in alto nel cielo, sento il rumore degli alberi che sono mossi dal vento”.

“Ora Mati, concentriamoci sui rumori più vicini!”
” Sento il picchio che lavora sull’albero dietro casa, sento i grilli che saltellano qui sul prato….”

” E ora senti il rumore del tuo cuore…”

Allora non avevo ancora fatto la scuola per diventare insegnante di yoga, quindi in maniera del tutto inconsapevole e a livello semplicissimo stavo applicando una tecnica di Pratyāhāra, il ritiro dei sensi, il quinto gradino del Raja Yoga descritto da Patanjali negli Yoga Sutra.

Questa tecnica si chiama Antar Mouna che significa “silenzio interiore”.
L’obiettivo di questa pratica è portare il praticante ad essere consapevole del silenzio interiore passando attraverso la consapevolezza del rumore interiore che ovviamente non ci permette di ascoltare il silenzio.
E quanta ricchezza c’è nel silenzio.
Madre Teresa di Calcutta diceva:
Abbiamo bisogno di trovare Dio, ed Egli non può essere trovato nel rumore e nella irrequietezza. Dio è amico del silenzio. Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – crescono in silenzio; guarda le stelle, la luna e il sole, come si muovono in silenzio …. Abbiamo bisogno di silenzio per essere in grado di toccare le anime.”

La nostra vita quotidiana è un continuo turbinio di rumori e di sollecitazioni che provengono dall’esterno.
E difficilmente di fermiamo ad ascoltare la nostra mente e il modo in cui lavora.
Antar Mouna ci da questa possibilità.
E’ un sadhana accessibile a tutti e permette di comprenderci interiormente e quindi anche di capire le reazioni delle altre persone. Dite poco?

La pratica si divide in sei stadi.
Richiede si essere in una posizione stabile e comoda con la schiena ben eretta e gli occhi chiusi.
Il primo stadio consiste nell’individuazione dei rumori esterni, lontani e vicini. Non è necessario dare forma ai rumori ma semplicemente captarli e prenderne atto.
Il secondo stadio consiste nel passare alla consapevolezza del lavorio della mente quindi prendere atto del turbinio di pensieri che la abitano, senza giudicarli.
Il terzo stadio consiste nella creazione dei pensieri e nel loro allontamento dalla mente.
Il quarto stadio consiste nell’osservazione dei pensieri che nascono spontaneamente e nella loro eliminazione volontaria.
Il quinto stadio consiste nella consapevolezza del vuoto quando tutti i pensieri sono stati rimossi.
Lo stadio sei è la meditazione spontanea.

Krishna nella Gita dice:
Così come la tartaruga ritira il proprio corpo nell’involucro del guscio, allo stesso modo i sensi dovrebbero essere ritirati

Ovviamente la mia è una spiegazione fin troppo semplice di questa tecnica.
Se volete approfondire consiglio la lettura di questi testi:
Taimni I.K., La Scienza dello Yoga, Ubaldini Editore, Roma, 1970,
– Swami Satyandanda Saraswati, Meditations from the Tantras, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar School

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