Il circo della farfalla

Sabato ho partecipato ad un laboratorio di formazione per catechiste il cui argomento era interessante e delicato al tempo stesso: Catechesi e disabilità.
Quali strategie attuare in un percorso catechetico per inserire un ragazzo con disabilità nel gruppo, nelle attività ecc..
Quali reazioni, anche emozionali, da parte di un catechista che per la prima volta ha il grande onere di includere il ragazzo e la famiglia?
Un lavoro intenso in questo laboratorio in cui sono inevitabilmente emerse le fragilità di chi con entusiasmo porta avanti la missione che gli è stata affidata ma che si trova a doversi misurare con situazioni un po’ più difficili.
Il laboratorio è cominciato con la visione di un cortometraggio che io non avevo mai visto e che mi ha colpito profondamente, “Il circo della farfalla” appunto. Continua a leggere “Il circo della farfalla”

Guarda oltre ciò che vedi…

La Cresima dei miei ragazzi si avvicina e stiamo cercando di capire insieme il significato dei sette doni dello Spirito Santo.
Ieri è stata la volta dell’intelletto.
La parola intelletto deriva dal latino intellectus, derivato dal participio passato del verbo intellìgere, cioè leggere dentro, capire.
Quando ho iniziato a preparare l’incontro e ho pensato al leggere dentro, mi è venuta immediatamente in mente la frase “guarda oltre ciò che vedi” e mi sono chiesta dove l’avevo sentita.
E poi … l’illuminazione.
Nel film d’animazione “Il Re Leone 3” il piccolo suricato Timon, stanco e annoiato della sua vita abitudinaria ( scavare tane per difendersi dalle iene, procurarsi il cibo e … scappare dalle iene) si allontana dal gruppo e parte per cercare un posto meraviglioso in cui vivere mille avventure. Sappiamo che incontrerà quello che diventerà il suo migliore amico, il facocero Pumba e poi il piccolo leoncino Simba, ma quando ad un certo punto pensa di aver perso un po’ la strada compare la scimmia “saggia e un po’ sballata” che gli dice: ” Se vuoi trovare il tuo posto meraviglioso, guarda oltre ciò che vedi” e così Timon inizia a mettere a fuoco ciò che lo circonda fino a quando non vede la Rupe dei Re e capisce che è in quella direzione che deve andare.

E così ho fatto vedere il pezzettino di cartone ai miei ragazzi e ci siamo soffermati a pensare a che cosa significa guardare oltre ciò che vediamo nei rapporti con le persone.
Perchè è così.
Solitamente ci fermiamo a ciò che vediamo, all’apparenza e addossiamo  questa o quella etichetta senza possibilità d’appello.
E se provassimo a guardare un po’ più in profondità? E se provassimo a mettere a fuoco?
Magari di quella persona che abbiamo etichettato come antipatica scopriamo invece altre qualità o scopriamo il motivo per cui magari si comporta sempre in maniera un po’ scostante.
Certo questo atteggiamento richiede molto impegno.
Come fare per far sperimentare ai ragazzi, seppur in maniera molto semplice, questo atteggiamento?
Le illuminazioni arrivano davvero casualmente!
Mi sono tolta gli occhiali perchè some al solito mi bruciavano gli occhi e guardandomi intorno non vedevo nulla ovviamente ( sono miope come una talpetta!) e allora ho pensato: ” Ma certo gli occhiali!”.
Allora ho costruito ben tredici occhialini di cartoni ( quanti sono i miei ragazzi) e ad un certo punto dell’incontro glieli ho fatti mettere e li ho invitati prima a chiudere gli occhi e a visualizzare nella loro mente alcuni dei loro compagni di catechismo e pensare alla prima cosa che veniva loro in mente ( confesso che mi sentivo molto insegnante di yoga in quel momento, che volete deformazione professionale). Poi li ho invitati ad aprire gli occhi e a pensare che grazie a quegli occhialini avrebbero potuto mettere a fuoco i loro compagni scoprendo altre qualità, altre caratteristiche alle quali fino a quel momento non avevano pensato.

L’esperimento sarà riuscito?
Non lo so, ma il fatto di vederli concentrati nel provare ( non tutti ma non importa) è stato già molto positivo.

Per chi è curioso di vedere gli occhialini eccoli…

ho trovato il template su questo sito molto carino.

Volutamente sono a forma di cuore e non perchè ho avuto un raptus di romanticismo ma perchè “guardare oltre” e “leggere dentro” richiede un impegno che nasce dal cuore, è un movimento verso l’altro che ha una componente mentale ma anche emotiva.

Tutte queste riflessioni mi hanno fatto poi venire in mente le parole di un libro che sto studiando per il mio corso di formazione per l’insegnamento dello yoga nell’età evolutiva e cioè “L’identità” di Amin Maalouf.

Maalouf è nato in Libano ma da molti anni vive in Francia.
Scrive: ” L’identità di una persona è costituita da una moltitudine di elementi che non si limitano ovviamente a quelli che figurano sui registri ufficiali. Per la stragrande maggioranza degli individui, c’è di sicuro, l’appartenenza a una tradizione religiosa; a una nazionalità, talvolta a due; a un gruppo etnico o linguistico; a una famiglia più o meno allargata; a una professione; a un’istituzione; a un certo ambiente sociale… ma la lista è assai più lunga, virtualmente illimitata.
… Tutte queste appartenenze non hanno evidentemente la stessa importanza, a ogni modo non nello stesso momento. Ma nessuna è totalmente insignificante. Sono gli elementi costitutivi della personalità, si potrebbe quasi dire “i geni dell’anima”… se ciascuno di questi elementi può riscontrarsi in un gran numero di individui, non si ritrova mai la stessa combinazione in due persone diverse, ed è proprio ciò che fa sì che ogni essere sia unico e potenzialmente insostituibile…”

Innanzitutto mi permetto di consigliare la lettura di questo testo ( anche se non l’ho finito ma mi ha conquistato dalle primissime pagine) e poi rifletto sul fatto che se ognuno di noi, creature del mondo, avessimo sempre a portata di mano un paio di occhiali per mettere a fuoco le caratteristiche uniche e insostituibili di chi incontriamo sul nostro cammino… beh! Molto probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. Forse quel luogo meraviglioso che cercava il piccolo suricato.

Come utilizzare le opere d’arte a catechismo

1200px-1602-3_caravaggiosupper_at_emmaus_national_gallery_london

Sabato pomeriggio ho condiviso una bellissima esperienza con Matilde, che da quest’anno fa l’aiuto catechista.
Abbiamo partecipato ad un laboratorio di formazione per catechiste il cui titolo era “Arte e eucarestia”.
L’arte per secoli ha rappresentato uno strumento efficacissimo per avvicinare le persone alla fede.
Lo strumento visivo aiutava chi non sapeva leggere, chi non aveva cultura a capire il messaggio evangelico e ad interpretare episodi biblici.
Ragion per cui, diventa uno strumento prezioso per approfondire un percorso formativo inerente all’iniziazione cristiana dei piccoli.
In particolare nel laboratorio ci siamo soffermati sulla lettura e l’analisi di due opere di Caravaggio, apparentemente simili ma molto diverse ad un’analisi più attenta.
Si tratta delle sue Cene di Emmaus.
La prima, dipinta nel 1602 e conservata alla National Gallery di Londra ( l’immagine in cima al post) e la seconda dipinta dal Caravaggio nel 1606 e conservata alla Pinacoteca di Brera a Milano ( qui sotto).

caravaggio_cena_emmaus-1

Le opere fissano il momento decisivo in cui Gesù, risorto, si fa riconoscere, attraverso la benedizione e lo spezzare del pane, ai due discepoli di Emmaus. Stesso momento, atmosfera estremamente diversa ( e questo in base allo stato emotivo del Caravaggio che ha dipinto la seconda opera nel periodo difficile dell’espiazione di un grave gesto ( aveva ucciso un uomo).

Dopo aver analizzato insieme le opere, anche sulla base della loro storia e della biografia del Caravaggio, abbiamo cercato di entrarci un po’ più dentro, quindi lasciandoci anche trasportare dal punto di vista emotivo:
– Quali particolari mi colpiscono?
– Che cosa vedo in rapporto al racconto evangelico?
– Che cosa provo di fronte a quest’opera?

Una cosa interessante, almeno per me personalmente, è stata la proposta di far rivivere l’opera attraverso un tableau vivant.
Dico per me personalmente, perchè quando hanno chiesto volontari, solo io e Matilde abbiamo alzato la mano ( e questa è stato il culmine della mia esperienza di condivisione con mia figlia).
Per ovvie ragioni di privacy non posso farvi vedere la fotografia del tableau vivant che abbiamo realizzato ( perchè poi due componenti dell’equipe decanale che presenta i laboratori hanno partecipato) ma posso dirvi che cosa ho provato io nell'”interpretare” nientemeno che Gesù che benedice il pane.
Cercare la precisione dei gesti delle mani, osservare l’espressione serena, tranquilla di quel giovane uomo che si rivela ai suoi amici. Una gioia infinita. Coinvolgente.
Ho cercato la concentrazione in quel momento immobile in cui sentivo solo il mio respiro che mi accompagnava con un’azione tranquillizzante.
Anche Matilde è stata molto brava ad assumere quella posizione che esprimeva stupore e voglia di correre per andare ad annunciare al mondo che Gesù era risorto di quel discepolo che il Caravaggio ha ritratto di spalle.

L’idea del tableau vivant sarebbe bellissima anche da proporre ai bambini per aiutarli a immergersi con più efficacia nelle emozioni dei personaggi di un’opera invitandoli a cogliere le sfumature dei gesti, le espressioni, gli oggetti e la loro simbologia.
Per me che insegno yoga ai bambini e lavoro molto con la fisicità, la corporeità ( in fondo assumere un asana è prendere la forma di quell’asana e sentirsi quell’ elemento, che sia un albero, la montagna, un animale, ecc… e vivere le sue caratteristiche) è un’ idea che senz’altro sfrutterò nei miei incontri di catechismo.

Un’altra idea è poi quella di stimolare la riflessione attraverso domande:
– Quale episodio del Vangelo è rappresentato nell’opera?
– Chi sono i personaggi?
– Cosa vedete?
– Vi piace?
– Che sensazioni vi trasmette?
– I gesti dei personaggi cosa comunicano?
– A quale personaggio vi sentite più vicini?
– I colori e le espressioni cosa comunicano?
– In questa opera vi sembra che si parli o si ascolti?

Per concludere posso dire che io imparo sempre tanto da questi laboratori. Arricchiscono il mio bagaglio di conoscenze, di esperienze, di condivisione. E questa volta aver avuto Matilde con me ha rappresentato il valore aggiunto.
E anche lei si è divertita molto.
Siamo tornate a casa cantando a squarciagola!

Buon inizio settimana amici!

A catechismo con Bilbo Baggins

bilbo-baggins-lo-hobbit-1000x517

Ieri pomeriggio abbiamo proposto ai ragazzi di prima media la visione della parte iniziale del film “Lo hobbit- Un viaggio inaspettato” del regista neozelandese Peter Jackson e tratto dal romanzo omonimo di J.R.R. Tolkien.
L’abbiamo scelto perchè abbiamo pensato di cominciare così la preparazione in vista della S. Cresima che riceveranno ad aprile.
Perchè Bilbo Baggins?
Cosa c’entra con la Cresima?
In effetti questa è la domanda che hanno posto i ragazzi.

Ma vediamo la vicenda!
Bilbo Baggins è un hobbit.
Gli hobbit si sa, amano condurre una vita tranquilla, circondati dalle loro comodità.
Tutto ciò che è un po’ strano, diverso, inusuale è visto con sospetto e accuratamente evitato.
Essi non si preoccupano molto di ciò che succede nel mondo.
Un giorno, in cui Bilbo se ne stava tranquillamente seduto nel giardino della sua accogliente e ordinatissima casa a fumare l’erba pipa, si presenta un personaggio, lo stregone Gandalf e gli propone di partire insieme a lui per un’avventura.
Un avventura!?!?!!?
Credo che non ci sia parola più indigesta per un hobbit!
“Avventura? No grazie! Le avventure sono cose fastidiose e per di più ti fanno fare tardi a cena!”
Ma Gandalf non si arrende perchè ha deciso che Bilbo è la proprio la persona giusta per quel genere di avventura.
E così va ad avvisare gli altri.
” Gli altri chi?” dice Bilbo.

martin-freeman-ian-mckellan-the-hobbit_giocomagazzino

Alla sera, mentre sta compiendo il rito sacro della cena, cominciano a presentarsi a casa Baggins, uno dopo l’altro, dei nani.
I nani sono rumorosi, grezzi e materiali e in men che non si dica trasformano la precisione casalinga di Bilbo in una gran confusione.
Per Bilbo è uno shock!
E per di più non ha ancora capito che cosa vuole Gandalf da lui e soprattutto perchè una compagnia di tredici nani si è letteralmente impadronita della sua casa, svuotandogli la sua imponente dispensa oltretutto!
L’avventura consiste in un’impresa davvero pericolosa ed estremamente rischiosa, con possibilità di successo molto scarse: aiutare i nani a recuperare il loro tesoro sotto la montagna ma soprattutto recuperare la loro identità di popolo dopo che anni prima il drago Smaug avido di oro se ne è impadronito, costringendo i nani a vagare per molto tempo in cerca di una nuova terra.
Ma ora è tempo di combattere per i nani e ritornare alla montagna che ha un’apertura segreta da trovare. E per questo hanno bisogno delle caratteristiche di Bilbo: camminare silenziosamente e avere un odore che il drago non riconosce ( mentre capirebbe subito che ci sono nani nelle vicinanze).
Ancora una volta la risposta di Bilbo è no! No! E ancora no!
“Mi dispiace Gandalf ma non sono io la persona che cercate”.
E invece è proprio lui e Bilbo in cuor suo lo sa.

the-hobbit

La mattina dopo svegliandosi nella sua casa silenziosa e di nuovo in ordine ( i nani e Gandalf erano nel frattempo partiti), Bilbo capisce che forse a volte bisogna rischiare, svincolarsi dalle comodità, da tutto ciò che da sicurezza per servire una causa più grande e importante.
E così, prende il suo zaino, firma il contratto da scassinatore che i nani gli avevano proposto, raggiunge coloro che diventeranno persone molto importanti per lui per partire insieme per quell’avventura che gli cambierà la vita.

Bilbo: ” Puoi promettermi che ritornerò?”
Gandalf:” No, ma se ritornerai non sarai più lo stesso.”

Ritorniamo ora alla domanda che hanno posto i ragazzi.
“Che cosa c’entra Bilbo Baggins con la Cresima?”.
La figura di Bilbo Baggins non ricorda forse alcune persone che dopo la morte e la resurrezione di un loro caro amico, si sentono perse e si nascondono impaurite?
Ma con la Pentecoste….

Il seguito al prossimo incontro di catechismo!
Stay tuned!

Perchè trasmetto lo yoga ai bambini

mde

Lo scorso week-end ho iniziato il corso di formazione ” Yoga per crescere” organizzato da AIPY ( Associazione Italiana Pedagogia Yoga).
Due giorni meravigliosi in cui ho avuto la conferma che se ho un obiettivo è proprio quello di trasmettere ( con un metodo) lo yoga ai bambini.
Si, parlo di trasmettere e non di insegnare.
Per alcuni sembrerà un’eresia ( e francamente sono problemi loro) ma quando sono in una classe di yoga per bambini mi sento esattamente come quando sono nell’aula di catechismo con i miei ragazzi.
Più approfondisco le esperienze e più mi rendo conto che non sono lì per insegnare ciò che so, ma piuttosto per trasmettere ciò che sono e quello in cui credo.
E io credo fortemente in molti valori: l’amicizia, il rispetto per gli altri e per l’ambiente, la collaborazione e l’ascolto reciproco, la condivisione ( non avrei aperto un blog! 🙂 ).
Lo yoga diventa uno strumento per trasmettere questi valori ai bambini.
Lo yoga per i bambini ha dei punti in comune con lo yoga per adulti. La consapevolezza di sè e del proprio corpo, del proprio respiro e l’obiettivo di una crescita armoniosa di corpo, mente e spirito.
Ovviamente cambiano le modalità.
Gli asana, gli esercizi di respirazione diventano un pretesto per giocare e nel gioco ( mirato) si stabiliscono dei contatti, delle interazioni tra i bambini che li aiutano a percepire il senso del gruppo, dell’aiuto reciproco, dell’inclusione ( parola molto usata e abusata ultimamente ma che definisce un’esigenza importantissima specialmente per chi opera nelle scuole).

Clemi Tedeschi nel suo libro “Piccolo Yoga” nel capitolo relativo ai consigli per chi vuole insegnare yoga ai bambini parla della centratura.
Ma che cosa significa essere centrati?

Essere consapevoli di se stessi, delle proprie motivazioni reali, del proprio modo di porsi, di ciò che si trasmette; saper cogliere in sé ogni traccia di simpatia o antipatia e mantenersi equanimi; e essere così stabili da potersi focalizzare sull’altro; saper essere accoglienti e flessibili, ma anche autorevoli nel definire i giusti limiti.
… Per lo yoga, più che di insegnamento, bisognerebbe parlare di trasmissione. Ciò che i bambini colgono al di là delle parole, sono la motivazione, il coinvolgimento, in una parola, l’autenticità. Proporre con convinzione ciò che si fa, trasmettere la gioia di fare yoga insieme, lasciare loro il giusto spazio per misurarsi con se stessi, per esprimersi senza essere giudicati o misurati, è la formula più efficace. Il bambino ha molto da insegnare all’adulto e la pratica dello yoga rivela il meglio di entrambi.

Trasmettere lo yoga ( e nel mio caso essere catechista) è quindi una grande responsabilità, un continuo lavoro su se stessi, un continuo confermare le proprie motivazioni e soprattutto un continuo vivere e concretizzare i valori che trasmettiamo.
Tutto questo perchè l’obiettivo è il benessere ( fisico, psichico e spirituale) dei bambini.