Il mio Natale

Io sono la luce del mondo…” Giovanni, 8,12.

La mattina di Natale mi sono svegliata molto presto come è mia consuetudine e mi sono presa dei minuti tutti per me per pregare e meditare.
Ho acceso le lucine dell’albero e tutte quelle sparse per la casa.
La luce.
Gesù è venuto a portare la luce nel mondo.
Il suo è un messaggio di luce.
Nella luce tutto è più chiaro, è più comprensibile, fa meno paura.
Avvolta nella tranquillità della mia casa, mi sono ritrovata a pensare che se io, Catia, non seguo l’esempio di Gesù e non mi impegno a portare un po’ di luce in questo mondo, allora il mio credere a questo bambino di cui tutti gli anni celebriamo la nascita non ha senso.
Che scopo ha la mia vita se non riesco a strappare un sorriso ad una persona che soffre, se non rivolgo parole di speranza ad una persona in difficoltà, se non porto a mia volta sorrisi anche solo per un istante nella vita delle persone che incontro?
E se non credo che la nascita di Gesù sia speranza anche per me, che ho una vita piuttosto incasinata, allora che senso ha mettere in atto tutti i riti legati al Natale, tutte quelle forme esteriori, luci, decorazioni, regali che hanno un senso se non rimangono appunto solo segni esteriori?
Io sento forte la presenza di Dio nella mia vita ma la sola presenza ( sebbene sia già un dono immenso) non basta.
Bisogna agire. Essere luce. Certo, secondo le nostre possibilità e capacità, nel nostro quotidiano ( e forse è anche più difficile).
Si, a tutto questo ho pensato la mattina di Natale!
E ho avuto subito l’occasione per mettere in atto queste riflessioni ( è stato il primo Natale trascorso senza i miei genitori, che hanno preferito viverlo nell’intimità della loro casa per diversi motivi).
Ed ora qualche immagine rubata qua e là…

Annunci

Catechismo: il gioco degli evangelisti

Domenica 29 ottobre nel corso della S. Messa abbiamo consegnato ai ragazzi di terza elementare il Vangelo.
Come sappiamo, il Vangelo racconta la storia di Gesù, riporta le sue parole e i suoi insegnamenti.
Il Vangelo o meglio i Vangeli sono stati scritti da quattro persone, gli Evangelisti appunto.
Ogni evangelista ha riportato ciò che maggiormente lo aveva colpito della persona di Gesù e questo è proprio il bello dei Vangeli cioè la stessa figura che ci viene fatta conoscere sotto diversi aspetti.
Ogni evangelista aveva proprie caratteristiche, una propria professione, una propria inclinazione.
Ieri a catechismo abbiamo cercato di conoscere un po’ di più questi quattro importanti personaggi.
E lo abbiamo fatto proponendo un gioco: il gioco dei mimi!
Abbiamo diviso i ragazzi di ogni gruppo ( i gruppi di terza elementare sono quattro per un totale di 58 bambini) in quattro gruppetti.
Ad ogni gruppetto è stato assegnato un evangelista. Di ogni evangelista abbiamo suggerito tre caratteristiche ( per esempio di Luca che era un medico, che era molto attento ai bisogni degli ultimi e che il simbolo con cui viene rappresentato è il toro).
I ragazzi avevano il compito di mimare queste caratteristiche ai loro compagni.
Una volta indovinata la caratteristica veniva segnata su una scheda …

Il gioco è stato ben accolto dai bambini in generale.
Un paio di loro, molto timidi, hanno preferito non mimare ma solo indovinare.

Nel far conoscere gli evangelisti noi catechiste abbiamo preferito puntare su un approccio ludico e non su una “lezione ” frontale di pura spiegazione che poteva risultare pesante. Abbiamo preferito puntare sulla conoscenza di pochi concetti e presentati visivamente. Mimare poi attiva nei bambini la percezione del corpo, la creatività e la fantasia nel rappresentare un concetto senza poter parlare.
Nel mio gruppo siamo riusciti a mimare due evangelisti su quattro e i bambini non volevano smettere… ma ahimè l’ora era passata ( e so che alcuni genitori fuori dall’aula scalpitano per i numerosi impegni). Proseguiremo il prossimo giovedì e poi andremo alla scoperta dei simboli degli evangelisti.
Perchè Giovanni è rappresentato con un’ aquila?
Alla prossima settimana!!!!

Il segreto è la gentilezza

Dai 25 ai 32 anni ho lavorato come cassiera in un ipermercato.
Durante il breve corso di formazione prima di buttarci nella fossa dei leoni dei clienti, ci avevano detto che la coda alla cassa è sempre e comunque un disservizio.
La gente arriva in cassa e nella maggior parte dei casi deve aspettare, si deve fermare e aspettare.
Se la coda non c’è il cliente arriva in cassa già incavolato perchè quella spesa la dovrà pagare, e poi perchè potrebbe capitare che su un articolo manchi il prezzo e quindi deve aspettare, che il collegamento bancomat non funzioni e quindi deve aspettare, che il prezzo che ha visto esposto non coincida con quello che il registratore di cassa rileva dal barcode ecc.. e quindi deve fermarsi e aspettare.
Alle cassiere viene richiesta quindi molta pazienza…
Io da subito avevo iniziato ad attuare una strategia in più.
Ho sempre accolto i clienti, anche quelli più incavolati ( e lo si capiva da subito, da come si mettevano in coda e cominciavano a brontolare “Uff.. com’è lenta questa cassiera!”, “Ecco, la cassa giusta ho scelto!” e via dicendo…) con un sorriso.
Non si trattava solo di essere educata ( cosa richiesta e per me assolutamente normale) ma di essere gentile.
La cosa ha sempre funzionato sapete.
In sette anni di lavoro in cassa io ho non ho mai litigato con un cliente.
Perchè ha funzionato?
Perchè la gentilezza spiazza, disorienta, ti coglie impreparato.
Alla gentilezza non siamo più abituati, perchè siamo tutti impegnati a esercitare doti di prevaricazione, di aggressività e di giudizio.
E poi tutti pensiamo che tutto ci sia dovuto.
La gentilezza non solo stravolge le cose ma mette in una condizione di assoluta serenità chi la pratica.
Essere gentili fa acquisire calma e annienta l’agitazione interiore.
Qualcuno mi ha detto che essere gentili è da rammoliti, da persone che si fanno mettere i piedi in testa.
Invece io praticando la gentilezza mi sono sempre sentita molto più forte, più sicura di me.
Nella filosofia buddhista, esiste la meditazione della gentilezza amorevole, che si chiama “metta”.
Si tratta di una meditazione che si può praticare nella vita di tutti i giorni e consiste nel mandare pensieri di amore, di compassione alle persone che incontriamo, alle persone con cui ci troviamo ad interagire.
Scrive Gregory Kramer:

La gentilezza amorevole è una pratica meditativa insegnata dal Buddha per sviluppare l’abitudine mentale all’amore disinteressato o altruistico. Stimolando in noi sentimenti rivolti al bene verso noi stessi, verso coloro che ti sono vicini e verso tutti gli esseri, facciamo in modo che sorga questo genere di sentimenti piuttosto che altri meno desiderabili. L’odio non può coesistere con la gentilezza amorevole; esso scompare e non si riforma se sostituiamo i pensieri radicati nella rabbia con pensieri fondati sull’amore.
La gentilezza amorevole fa sì che la mente sia più flessibile, contrasti i giudizi che sorgono quando diventiamo più percettivi su noi stessi e gli altri e ci porti oltre il nostro egoismo. Questo movimento rivolto verso gli altri è molto importante per bilanciare il fulcro della pratica meditativa. I benefici della pratica della gentilezza amorevole si estendono lontano, oltre chi sta meditando. Essa offre a tutti l’opportunità all’altruismo gentile, alla gioia, all’adattabilità e all’espansività. E’ una pratica veramente universale e non necessita di essere associata ad alcun concetto religioso
.”
( Seminare il cuore)

Praticare la gentilezza significa quindi assumere uno stile di vita che si basa sull’amore per noi stessi, per la nostra vita, la nostra persona, il nostro corpo e che poi si diffonde, si amplifica.

Ed ecco il discorso sulla gentilezza amorevole del Buddha

Questo dovrebbe fare
chi pratica il bene
e conosce il sentiero della pace:
essere abile e retto,
chiaro nel parlare,
gentile e non vanitoso,
contento e facilmente appagato;
non oppresso da impegni e di modi frugali,
calmo e discreto,
non altero o esigente;
incapace di fare
ciò che il saggio poi disapprova.

Che tutti gli esseri
vivano felici e sicuri:
tutti, chiunque essi siano,
deboli e forti,
grandi o possenti,
alti, medi o bassi,
visibili e non visibili,
vicini e lontani,
nati e non nati.
Che tutti gli esseri vivano felici!

Che nessuno inganni l’altro
né lo disprezzi
né con odio o ira
desideri il suo male.
Come una madre
protegge con la sua vita
suo figlio, il suo unico figlio
così, con cuore aperto,
si abbia cura di ogni essere,
irradiando amore
sull’universo intero;
in alto verso il cielo
in basso verso gli abissi,
in ogni luogo, senza limitazioni,
liberi da odio e rancore.

Fermi o camminando,
seduti o distesi,
esenti da torpore,
sostenendo la pratica di Metta;
questa è la sublime dimora.

Il puro di cuore,
non legato ad opinioni,
dotato di chiara visione,
liberato da brame sensuali,
non tornerà a nascere in questo mondo.

Concludo riportando le parole di un sacerdote che conosco personalmente e che ammiro molto: Padre Giuseppe Bettoni, fondatore di Archè.
Lui parla della gentilezza come stile di vita commentando il passo del Vangelo di Luca quando Maria e Giuseppe tornano a Gerusalemme a cercare Gesù e lo trovano nel tempio insieme ai Dottori della legge. Qui la caratteristica di Maria è che, nonostante la preoccupazione per il figlio si rivolge a lui con gentilezza…

Per essere gentili è necessario saper aspettare, ascoltare, saper cogliere il tempo interiore dell’altro e soprattutto non lasciarsi divorare dalla fretta che nulla consente di capire degli stati d’animo e delle attese dell’altro. Perché la gentilezza è come un ponte che mette in relazione e ci fa uscire dalla nostra presunzione di essere nel giusto e ci rende partecipi dell’interiorità dell’altro.
Quanti malintesi e quante incomprensioni, quanti conflitti e quante discordanze e quante violenze nella vita si eviterebbero se nelle comuni relazioni interpersonali non ci si dimenticasse di essere gentili. La gentilezza non costa nulla e quanto sarebbe utile se fosse presente nelle famiglie, nelle scuole, nel lavoro e nelle comuni relazioni quotidiane.
La gentilezza come forma di vita. È la gentilezza di Maria che permette a Gesù di esprimere il senso e la verità della sua vita: «Devo stare nelle cose del Padre mio».
Gesù ci restituisce a questa consapevolezza: ci sono relazioni importanti tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici, tra colleghi… ma c’è una relazione, la più importante e necessaria, che è quella con l’Eterno. È questa la relazione necessaria. Se perdiamo di vista questa relazione con l’Eterno che è quella nella quale anche le altre trovano senso e significato, rischiamo di caricare di aspettative eccessive la vita matrimoniale, la vita famigliare, così che ora diventa un rifugio, ora diventa una prigione, ora diventa un assoluto…”

Il segreto è la gentilezza.
La gentilezza è la vera rivoluzione!

Scoprire e amare la bellezza del creato

Stamattina è cominciato l’oratorio estivo.
Quasi duecento bambini hanno “invaso” il salone dell’oratorio per cominciare insieme quest’avventura.
Il tema di quest’anno è bellissimo!
Lo slogan “DETTO FATTO – meravigliose le tue opere” rimanda alla creazione e all’invito rivolto ai ragazzi di imparare a guardare, contemplare, conoscere, stupirsi fdinnanzi a tutto ciò che di bello c’è nel nostro mondo e soprattutto imparare a benedire, cioè a “dire bene”.
Il testo di riferimento sarà ovviamente il primo capitolo della Genesi e il percorso che i ragazzi seguiranno si articolerà nella spiegazione, attraverso giochi, attività e momenti di preghiera, dei sette giorni che hanno portato alla creazione.

Diremo ogni giorno ai ragazzi, di fronte alla bellezza e alla varietà del mondo, che all’origine di tutto esiste il pensiero buono di Dio che ha voluto un universo ordinato, in cui ci fossimo dentro anche noi, lo esprimeremo con uno sguardo che è molto somigliante a quello del Creatore e con parole e fatti che possono essere segno della sua presenza e quindi una sua «immagine».

Credo che sia importante trasmettere ai bambini, anche attraverso il linguaggio biblico l’importanza del vivere in un mondo che è per sua natura ordinato, pulito, che segue determinate e benefiche regole per automantenersi e di come noi uomini, meravigliose creature, possiamo essere validi aiutanti.
Papa Francesco, qualche anno fa, ha voluto dedicare addirittura un’enciclica intera al tema dell’ambiente che ha intitolato “Laudato sì”, frase che ricorre nel Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi per lodare Dio per le sue meravigliose creature.
Sia il percorso dell’oratorio estivo che l’enciclica del Papa non hanno ovviamente un intento scientifico rispetto al tema dell’ambiente e della creazione, ma io credo che gli obiettivi pastorali e quelli scientifici possano andare di pari passo come veicoli di trasmissione di valori sani, puri, di rispetto e di condivisione di ciò che ci circonda.

In bocca al lupo a tutti gli educatori, gli animatori, i volontari perchè hanno la grande responsabilità di vivere loro in prima persona quegli stessi valori.

P.S. La ragazza della foto è un’amica di Matilde che stamattina si è avvicinata al mondo e ha detto “Io lo adoro!”

Come utilizzare le opere d’arte a catechismo

1200px-1602-3_caravaggiosupper_at_emmaus_national_gallery_london

Sabato pomeriggio ho condiviso una bellissima esperienza con Matilde, che da quest’anno fa l’aiuto catechista.
Abbiamo partecipato ad un laboratorio di formazione per catechiste il cui titolo era “Arte e eucarestia”.
L’arte per secoli ha rappresentato uno strumento efficacissimo per avvicinare le persone alla fede.
Lo strumento visivo aiutava chi non sapeva leggere, chi non aveva cultura a capire il messaggio evangelico e ad interpretare episodi biblici.
Ragion per cui, diventa uno strumento prezioso per approfondire un percorso formativo inerente all’iniziazione cristiana dei piccoli.
In particolare nel laboratorio ci siamo soffermati sulla lettura e l’analisi di due opere di Caravaggio, apparentemente simili ma molto diverse ad un’analisi più attenta.
Si tratta delle sue Cene di Emmaus.
La prima, dipinta nel 1602 e conservata alla National Gallery di Londra ( l’immagine in cima al post) e la seconda dipinta dal Caravaggio nel 1606 e conservata alla Pinacoteca di Brera a Milano ( qui sotto).

caravaggio_cena_emmaus-1

Le opere fissano il momento decisivo in cui Gesù, risorto, si fa riconoscere, attraverso la benedizione e lo spezzare del pane, ai due discepoli di Emmaus. Stesso momento, atmosfera estremamente diversa ( e questo in base allo stato emotivo del Caravaggio che ha dipinto la seconda opera nel periodo difficile dell’espiazione di un grave gesto ( aveva ucciso un uomo).

Dopo aver analizzato insieme le opere, anche sulla base della loro storia e della biografia del Caravaggio, abbiamo cercato di entrarci un po’ più dentro, quindi lasciandoci anche trasportare dal punto di vista emotivo:
– Quali particolari mi colpiscono?
– Che cosa vedo in rapporto al racconto evangelico?
– Che cosa provo di fronte a quest’opera?

Una cosa interessante, almeno per me personalmente, è stata la proposta di far rivivere l’opera attraverso un tableau vivant.
Dico per me personalmente, perchè quando hanno chiesto volontari, solo io e Matilde abbiamo alzato la mano ( e questa è stato il culmine della mia esperienza di condivisione con mia figlia).
Per ovvie ragioni di privacy non posso farvi vedere la fotografia del tableau vivant che abbiamo realizzato ( perchè poi due componenti dell’equipe decanale che presenta i laboratori hanno partecipato) ma posso dirvi che cosa ho provato io nell'”interpretare” nientemeno che Gesù che benedice il pane.
Cercare la precisione dei gesti delle mani, osservare l’espressione serena, tranquilla di quel giovane uomo che si rivela ai suoi amici. Una gioia infinita. Coinvolgente.
Ho cercato la concentrazione in quel momento immobile in cui sentivo solo il mio respiro che mi accompagnava con un’azione tranquillizzante.
Anche Matilde è stata molto brava ad assumere quella posizione che esprimeva stupore e voglia di correre per andare ad annunciare al mondo che Gesù era risorto di quel discepolo che il Caravaggio ha ritratto di spalle.

L’idea del tableau vivant sarebbe bellissima anche da proporre ai bambini per aiutarli a immergersi con più efficacia nelle emozioni dei personaggi di un’opera invitandoli a cogliere le sfumature dei gesti, le espressioni, gli oggetti e la loro simbologia.
Per me che insegno yoga ai bambini e lavoro molto con la fisicità, la corporeità ( in fondo assumere un asana è prendere la forma di quell’asana e sentirsi quell’ elemento, che sia un albero, la montagna, un animale, ecc… e vivere le sue caratteristiche) è un’ idea che senz’altro sfrutterò nei miei incontri di catechismo.

Un’altra idea è poi quella di stimolare la riflessione attraverso domande:
– Quale episodio del Vangelo è rappresentato nell’opera?
– Chi sono i personaggi?
– Cosa vedete?
– Vi piace?
– Che sensazioni vi trasmette?
– I gesti dei personaggi cosa comunicano?
– A quale personaggio vi sentite più vicini?
– I colori e le espressioni cosa comunicano?
– In questa opera vi sembra che si parli o si ascolti?

Per concludere posso dire che io imparo sempre tanto da questi laboratori. Arricchiscono il mio bagaglio di conoscenze, di esperienze, di condivisione. E questa volta aver avuto Matilde con me ha rappresentato il valore aggiunto.
E anche lei si è divertita molto.
Siamo tornate a casa cantando a squarciagola!

Buon inizio settimana amici!