Una passeggiata nel bosco con Matilde

Sabato pomeriggio Matilde mi chiede:” Mamma, ho voglia di stare un po’ da sola con te. Andiamo a fare una passeggiata al Parco delle Cave?”
Non me lo faccio dire due volte e affrontando il caldo ci incamminiamo.
Una passeggiata in cui si sono alternati momenti di silenzio, momenti in cui ognuna godeva della semplice presenza fisica dell’altra a momenti in cui abbiamo ripercorso l’oratorio estivo appena concluso e la sua esperienza, con amicizie già consolidate e amicizie che si sono formate proprio grazie a questi momenti di gioco e di condivisione.
Essere genitori di un’adolescente è un’esperienza preziosa.
Si imparano un sacco di cose.
In questi ultimi tempi sto imparando a rallentare.
Nella mia vita è diventato importantissimo il concetto del rallentare, un po’ per volontà mia e un po’ per necessità.
Per esempio adeguarsi ai ritmi di mio padre che ormai ha una mobilità ridotta significa fare un esercizio importante di osservazione di se stessi. I primi tempi adattarsi al suo passo, ai suoi movimenti lenti era abbastanza frustrante e questa sensazione emergeva alcune volte provocando disagio in lui. Poi ho cominciato a provare a pensare come lui e ho capito innanzitutto che doveva essere molto più frustrante per lui il non potersi muovere come voleva. E’ diventato un po’ più facile. Esercitare l’empatia è sempre vantaggioso. Per sè e per coloro con i quali si interagisce.
Con Matilde è lo stesso.
L’adolescenza è caratterizzata proprio da atteggiamenti che cambiano velocemente, per cui un attimo prima lei ride, scherza, parla, si confida, si apre e un attimo dopo si chiude e ti fa capire che quello spazio tutto suo è inviolabile e che se vuole coccolare tutto da sola.
Anche con lei all’inizio è strato frustrante.
La tentazione di chiedere, di sapere, di vivere insieme a lei anche le emozioni legate all’amicizia ( valore fortissimo per gli adolescenti) era fortissima.
E poi ho provato a mettermi nei suoi panni e ho capito che il mio compito è aspettare che ritorni ad aprirsi, spontaneamente, senza forzature. Solo così le confidenze saranno davvero sincere.
E così è stato durante la nostra passeggiata nel nostro bosco cittadino…

Lettera a mia figlia

Cara Matilde,
è finita anche la terza settimana di oratorio estivo.
Come sai quest’anno io non sono molto attiva come volontaria e “bazzico” poco l’oratorio ma ho approfittato di alcuni momenti per osservarti nel tuo ruolo di animatrice e voglio farti sapere che sono davvero fiera di te.
Ho visto come interagisci con i bambini, come li aiuti, come li coinvolgi nelle attività.
Ho visto il tuo modo di fare gentile e protettivo ma ho visto anche il tuo essere consapevole del ruolo che ricopri che richiede anche autorevolezza.
Essere animatori ed educatori richiede energia e tu in queste settimane ne hai avuta tanta e ne hai impiegata tanta.
Essere animatori ed educatori significa assumersi delle responsabilità ( in primis la sicurezza dei bambini e poi l’impegno per il loro divertimento) e da quello che ho visto tu hai piena consapevolezza di questo.
Continua così!
Continua ad essere gentile con i bambini ( ti confesso che mi piace pensare di averti trasmesso un po’ del mio amore per il loro mondo).
Avvicinati a loro, quasi come in un inchino, per accorciare le distanze.
Guardali negli occhi quando ti parlano perchè gli occhi di un bambino comunicano più di qualsiasi parola e perchè i bambini meritano la nostra più completa attenzione.
Falli ridere e non farli mai piangere.
Anche quando li riprendi fallo con decisione ma con gentilezza.
Coltiva il rispetto per i più piccoli perchè dietro la loro giovane età si svela una profonda saggezza, una genuinità che purtroppo noi adulti (ma anche ahimè già alla tua età) abbiamo perso.
Continua su questa strada perchè porta tanta gioia a te e a loro…
E anche a me ( e sono sicura anche a papà) che ti vedo crescere forte e sicura di te, allegra e responsabile.

Ti voglio bene!
Mamma Catia

Raccontare ai bambini come è nato lo yoga

Si dice che migliaia di anni fa, in India, dentro un’immensa grotta, vicino ad un laghetto cosparso da profumati fiori di loto, sulle cime di un alto monte, il Grande Maestro Shiva decise di svelare i segreti dello Yoga alla sua dolce e amata sposa, Parvati.
Un pesce, nascosto tra i fiori galleggianti, ascoltava incantato la melodiosa voce di Shiva. Tutto solo si annoiava molto e perciò decise di provare anche lui a fare le posizioni di yoga.
Si sentiva molto goffo e sgraziato nel suo corpo di pesce, ma ci provò e riprovò senza mai arrendersi. Così, poco alla volta, imparò lo yoga, fino ad allora conosciuto soltanto agli dèi. Grazie agli esercizi il pesce riuscì a trasformarsi e sbucò dall’acqua sotto forma di uomo.
Shiva temeva che quell’umano, comparso improvvisamente al suo cospetto, non fosse degno di conoscere i segreti dello yoga ma, quando comprese cosa era avvenuto, fu ammirato dalla costanza di Matsya. Gli diede il nome “Matsyendra” che, nell’antica lingua indiana, significa “Pesce fatto uomo” e gli affidò l’incarico di diffondere lo yoga tra gli umani. Fu così che Matsyendra divenne il primo maestro di yoga in India.
Da allora, attraverso millenni e millenni, lo yoga si è diffuso con gran rapidità, non solo attraverso la parola, come avveniva nei tempi antichi, ma anche attraverso i libri e le scuole di altri grandi maestri.

( Dal libro Piccolo yoga di Clemi Tedeschi)

Io la trovo una storia ( un mito) fantastica.
La possiamo proporre ai bambini ( diciamo dagli otto anni in su) e creare una sequenza che porta magari alla costruzione di matsyendrasana , quindi con un focus sulle torsioni.
Ma possiamo anche far riflettere i ragazzi sui valori che questo racconto propone.
A me in particolare affascinano due aspetti:
1. La diffusione della disciplina dello yoga nel mondo è stata affidata dalla divinità alla creatura più piccola e più umile, un pesciolino appunto, così ( apparentemente ) fragile e in balìa delle onde del mare, delle correnti…
Questo tema dell’affidare grandi imprese a creature improbabili ricorre anche in romanzi famosi come per esempio “Il Signore degli Anelli” nel quale sarà Frodo, un hobbit, un mezzuomo, a distruggere l’anello del potere mettendo fine al male nella Terra di Mezzo.
Questo per me significa che tutti noi, nel nostro essere piccoli e fragili abbiamo tutte le potenzialità per fare grandi cose in direzione del bene.
2. Ciò che è fondamentale è la costanza. Impegnarsi porta sempre a grandi risultati, che possono essere personali ( nel caso dello hatha yoga ad entrare in una posizione ostica e ritenuta irraggiungibile) ma anche collettivi ( non dimentichiamoci mai che noi non viviamo da soli).
Matsya da pesce è diventato uomo grazie alla perseveranza e all’impegno.

E voi che insegnamenti leggete nel mito di Matsyendra?

P.S. L’immagine di apertura è stata presa dal web. E’ un bellissimo disegno di cui non sono riuscita però a trovare la fonte. Se la pubblicazione viola il copyright, l’autore non esiti a farmelo sapere e la rimuoverò immediatamente.

Il mio yoga di oggi…

Oggi siamo stati in collina.
Un pranzo con la famiglia del nonno Antonio.
Purtroppo la cosa non è partita nel migliore dei modi ( un mio piccolo scontro con una sorella di mio suocero).
Il pranzo mi è rimasto sullo stomaco e così ho pensato che mi avrebbe fatto bene uscire a passeggiare un pochino e godere della bellezza di quel luogo a me tanto caro.
La mia Canon mi fa sempre compagnia in queste occasioni.
Ho camminato nel nostro giardino cercando di concentrarmi su ciò che mi circondava.
Quasi d’istinto mi sono diretta verso il “mio” noce…

… mi ci sono appoggiata e ho cominciato a portare l’attenzione sul respiro che era un pochino accellerato e alto.
Ho preso nota con distacco ( come dice la mia insegnante di yoga) della cosa e poi ho cominciato a lavorarci rendendolo sempre più lento, profondo e basso.
Dopo cinque minuti stavo già meglio.
Ho continuato la mia meditazione …

Questa è stata la mia pratica yoga di oggi. Niente asana ma tanto respiro consapevole, tanta osservazione, tanta presa di coscienza.
Quando sono rientrata in casa mi sentivo diversa.
Non che avessi dimenticato l’alterco ma ho iniziato ad analizzarlo diversamente, guardandomi anche un po’ dentro praticando così svadhyaya, la conoscenza di sè.